In questo articolo approfondiamo una situazione tipica, che succede quasi sempre nello stesso modo: l’imprenditore chiude l’anno di attività della sua azienda con ricavi in crescita a doppia cifra e un utile netto più alto rispetto all’esercizio precedente. Si reca in banca convinto che il rating della sua azienda possa solo migliorare, essendo il conto economico perfetto. Il gestore valuta il conto economico e comunica che la valutazione del rating è rimasta invariata o è addirittura peggiorata.
La prima reazione è pensare a un errore o a un pregiudizio del gestore.
In realtà la banca ha semplicemente letto lo stesso bilancio con una domanda diversa da quella con cui lo legge l’imprenditore, cioè “quanto ho guadagnato”.
Il rating bancario, introdotto da Basilea II, rappresenta la probabilità che l’azienda vada in default nei dodici mesi successivi: è una proxy della capacità dell’impresa di fare fronte ai propri impegni futuri, non una fotografia dei risultati già ottenuti. Ed è per questo che un bilancio “buono” secondo l’imprenditore può non tradursi in un rating migliore per le banche.
Che cosa incide nella valutazione del Rating bancario?
Gli imprenditori hanno imparato con il tempo a dare minor peso ai volumi delle vendite per concentrarsi sulle marginalità, ossia focalizzando l’attenzione non su quanto è cresciuta l’azienda, ma come sta crescendo. Tuttavia le banche nelle loro valutazioni fanno un ulteriore passaggio, cercando di misurare con i loro modelli di rating la qualità di quella crescita nel tempo.
Ad esempio, con riferimento all’EBITDA margin sono interessati a comprendere i driver che determinano la capacità di convertire i volumi in margini. Una crescita di fatturato che non porta con sé una marginalità adeguata nel medio periodo rappresenta un segnale di rischio, perché racconta un’azienda che vende di più a condizioni via via meno favorevoli, o con una struttura di costo che non tiene il passo dei volumi.
Un’azienda può avere l’utile in aumento e, insieme, una redditività operativa che si indebolisce: è questa diluizione, non l’utile in sé, a incidere sul rating. Questo dato emerge solo leggendo gli indici di sviluppo e redditività anno su anno, non il singolo bilancio.
Ne consegue un paradosso che ribalta l’istinto di ogni imprenditore: un’azienda che cresce di ricavi ma non di margine è, per la banca, più fragile di una che cresce meno ma resta solida. Crescere “male”, a scapito del margine, è spesso peggio che crescere poco ma in modo sano.
A parità di importo in bilancio, quanto conta l’EBITDA?
Quando si parla di EBITDA, spesso si dice che “nasconde più di quanto racconta”, in quanto conta non solo il valore dell’EBITDA, ma anche la sua composizione.
Un EBITDA che cresce grazie a componenti non monetarie o non ricorrenti (capitalizzazioni, plusvalenze, sopravvenienze, contributi straordinari) apre subito un’altra domanda: quanto di quel margine è cassa ripetibile e quanto è un effetto contabile che non si ripresenterà?
A parità di importo in bilancio, un EBITDA “pulito” pesa diversamente da uno gonfiato da voci straordinarie. Pesa anche il mix tra costi fissi e variabili: una struttura sbilanciata sui costi fissi rende la marginalità più fragile alle oscillazioni di fatturato, perché quei costi restano da sostenere anche quando i ricavi rallentano.
Una struttura più flessibile offre una marginalità più resiliente nel tempo ed è questa ciò che il modello prova a intercettare.
Anche il ROE (indice di redditività che misura il rendimento del capitale investito dagli azionisti e si calcola dividendo l’utile netto di un’azienda per proprio il patrimonio netto e si moltiplica x100 per esprimerlo in percentuale), in questo quadro, va letto con cautela: a parità di utile può variare molto a seconda del patrimonio netto, e se è molto alto ma ottenuto con capitale proprio esiguo e leva elevata, la banca lo legge spesso come fragilità strutturale, non come efficienza.
Tutto questo, però, resta un’analisi di redditività: dice se l’azienda genera margine in modo sano, non se quel margine si trasforma davvero in cassa disponibile per pagare le rate del debito. Questa è la domanda a cui risponde il punto di vista finanziario, che sarà argomento dell’articolo pubblicato la prossima settimana.
Il consiglio: leggere il Bilancio con gli occhi di chi lo valuta
Il problema di fondo è che la maggior parte delle aziende deposita il bilancio senza sapere come verrà interpretato dalla banca e lo scopre solo dopo, in sede di rinnovo di un affidamento.
La sezione Bilanci della piattaforma KALAWAY è stata costruita attorno agli stessi indicatori che userebbe un analista bancario nella valutazione del bilancio di un’azienda, come variazione dei ricavi, ROI, ROE, EBITDA margin con un giudizio sintetico anno su anno: non un elenco di numeri da interpretare da soli, ma la stessa lettura che ne farebbe la banca, prima che sia lei a farla al posto tuo (prenota qui la richiesta per una demo gratuita di questa sezione e per scoprire come può essere di supporto alla tua attività quotidiana).
La domanda fondamentale per la salute finanziaria di un’azienda, che ogni imprenditore o CFO dovrebbe porsi, non è “quanto l’azienda ha guadagnato quest’anno?”, ma “se la banca aprisse oggi il fascicolo della mia azienda, la crescita che vedo io sarebbe la stessa che vedrebbe lei?”